Mr. Istat spiega perché Monti può convertire i sindacati sulla crescita

Quando e come arriverà la ripresa dell’economia italiana? Sarebbe naïf attendersi che il frutto cada maturo nelle nostre mani da un albero della cuccagna chiamato “export”. Aumentare la produttività, dunque? Sì, ma le parti sociali dovranno ammettere che non è un decreto di Palazzo Chigi a poterlo fare, e agli italiani si dovrà consentire di “fare impresa” con meno impedimenti di quanti ne esistano oggi. E aziende più competitive, dimostrano le statistiche, creano più occupazione nei periodi di boom e ne distruggono meno nei momenti di crisi.
14 NOV 12
Ultimo aggiornamento: 02:35 | 9 AGO 20
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Roma. Quando e come arriverà la ripresa dell’economia italiana? Sarebbe naïf attendersi che il frutto cada maturo nelle nostre mani da un albero della cuccagna chiamato “export”. Aumentare la produttività, dunque? Sì, ma le parti sociali dovranno ammettere che non è un decreto di Palazzo Chigi a poterlo fare, e agli italiani si dovrà consentire di “fare impresa” con meno impedimenti di quanti ne esistano oggi. E aziende più competitive, dimostrano le statistiche, creano più occupazione nei periodi di boom e ne distruggono meno nei momenti di crisi: e di questo dovrebbero tenere conto i sindacati nella trattativa auspicata dal governo sulla produttività. Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, non nega dunque l’importanza dell’accordo in fieri tra le parti sociali sulla competitività, ma spiega che per valutarlo occorrerà poi studiarne i dettagli. Mario Monti ieri è tornato a evocare il dossier nell’incontro con il premier inglese David Cameron. E il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, ha citato l’urgenza di “un accordo davvero nuovo”. Giovannini aggiunge: “Trovare un’intesa, di per sé, può voler dire tutto e nulla”, il punto è che “più la contrattazione di secondo livello prenderà piede rispetto a quella nazionale, più la quota di salario effettivamente legato ai risultati aziendali peserà rispetto al salario fisso, migliore sarà l’intesa”.
Giovannini abbozza una definizione meno accademica di competitività, comunemente intesa come la quantità di lavoro necessario per produrre un’unità di un certo bene o servizio: “Si tratta della capacità di mettere da parte qualcosa che in un secondo momento possa essere ridistribuito. Questo surplus può arricchire i profitti e alimentare gli investimenti, oppure aumentare i salari. Se non si riesce a generare questo surplus, non si esce dalla recessione di oggi e dalla stagnazione di domani”. Il presidente dell’Istat, infatti, che con i dati del suo istituto certifica periodicamente la resistenza delle nostre imprese esportatrici, diffida da certi entusiasmi mediatici: “L’export costituisce una quota limitata del nostro prodotto interno lordo. E poi, per esportare, dobbiamo pur sempre importare. E’ quindi impossibile affidarci, noi italiani e a maggior ragione tutti noi europei contemporaneamente, a un modello di sviluppo ‘export-led’, cioè guidato dalle esportazioni”. La strada dell’aumento della produttività è dunque quella obbligata per rilanciare reddito e occupazione. Non è impossibile, anche perché altri paesi hanno fatto meglio di noi negli ultimi anni: “La crescita del pil dal 2000 al 2011 è stata complessivamente del 4,2 per cento in Italia, ma del 16,5 per cento nell’Europa a 27. La produttività oraria in Italia nel 2011 era superiore dell’1,6 per cento rispetto al picco del 2000, mentre nell’Ue era salita molto di più nello stesso intervallo di tempo, del 13,9 per cento”. A partire dalla seconda metà degli anni 90, osserva l’economista che dal 2001 al 2009 è stato chief statistician dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) di Parigi, l’Italia ha avuto un tasso di cambio stabile grazie all’euro, ma in compenso ha perso “la possibilità di drogare le esportazioni con le svalutazioni”. Rispetto agli altri paesi membri, l’Italia ha poi “mancato quasi completamente la rivoluzione digitale”. Giovannini ripete, non da oggi, che “abbiamo sostituito le macchine da scrivere con i pc, ma poi abbiamo continuato a produrre e lavorare come prima”. E il problema si concentra soprattutto in quei comparti del terziario che sono a produttività bassa o stagnante, guarda caso gli stessi che però hanno garantito più occupazione nell’ultimo decennio: attività immobiliari, servizi alle imprese e lavoro domestico. Inoltre, le dimensioni d’impresa del panorama industriale italiano, ridotte come è noto, non aiutano le innovazioni nel processo produttivo o lasciano poco spazio a miglioramenti nell’organizzazione del lavoro, nelle tecniche manageriali, nell’investimento in formazione sul posto di lavoro.

Il controcanto all’austerity
Giovannini, dal 2009 alla presidenza dell’Istat, non manca di sottolineare l’importanza di certi investimenti pubblici anche in un periodo di austerity imperante. “Altri paesi europei, pur rigorosi sul fronte delle finanze pubbliche, si pensi alla Germania, non hanno rinunciato agli investimenti pubblici. Soprattutto ai fini dell’innovazione delle reti fisiche e immateriali, come per esempio la banda larga. Certo non aiuta il fatto che un ammontare di spesa pubblica superiore al 5 per cento del pil sia impegnato ogni anno nel pagamento degli interessi sul debito. Ma questo fronte non va abbandonato”. Non si tratta di una svolta keynesiana, piuttosto di pragmatismo, spiega l’economista.
Dai numeri che Giovannini va analizzando da qualche mese emerge infatti allo stesso tempo “una correlazione positiva tra il tasso di natalità delle imprese e la dinamica della produttività”. Detto altrimenti: più le imprese possono nascere (e morire), più mercato c’è insomma, più si produce in maniera efficiente: “Come sapientemente descritto dall’economista Joseph Schumpeter, quasi sempre le nuove imprese entrano nel mercato rimpiazzando quelle già presenti, cioè soddisfacendo nuovi bisogni che prima non c’erano o rispondendo meglio a esigenze già esistenti”. In Italia, però, quella che l’economista austro-americano definiva “distruzione creatrice” non ha praticamente diritto di cittadinanza: “Si pensi, nei servizi, alla diffusione capillare degli ordini professionali con le loro barriere all’ingresso, e in generale alla presenza massiccia di regolamentazioni. Questo fa sì che la pressione competitiva esercitata sugli attori che operano nel mercato sia minima, e quindi debole l’incentivo a innovare o a migliorare la produttività. L’iniziativa del governo per incentivare le start-up è il riconoscimento implicito di quanto siamo indietro come paese su questo fronte”.
A proposito del governo, i tecnici hanno detto di voler intervenire soltanto indirettamente nella partita delle relazioni industriali, preferendo che siano le parti sociali a trovare un accordo per creare un ambiente più competitivo. Ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha riportato alla ribalta il tema nel suo incontro bilaterale con il premier inglese, David Cameron. A proposito delle trattative in corso sul bilancio 2014-2020 dell’Ue, l’ex presidente della Bocconi ha dimostrato di avere a cuore il tema anche nella sua strategia internazionale: “Le posizioni di Italia e Gran Bretagna sul bilancio comune presentano punti non perfettamente coincindenti ma anche molti punti in comune, ad esempio l’idea che il bilancio dell’Unione sia orientato alla crescita, allo sviluppo e alla competitività dell’economia europea”. Per tornare agli sviluppi più domestici, invece, Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha fatto pressioni su datori di lavoro e sindacati, chiedendo “un accordo reale che sia davvero nuovo rispetto a tutto ciò che è stato fatto finora. E c’è anche una questione di tempi: per la verità vorremmo che questo accordo fosse chiuso al più presto”. “L’esecutivo ha fatto bene a recuperare risorse e a fornire incentivi affinché sia innanzitutto il fattore lavoro a poter beneficiare degli aumenti di produttività”, dice Giovannini riferendosi agli 1,6 miliardi di euro di sgravi fiscali per il salario di produttività promessi da Mario Monti in caso di raggiungimento di un’intesa tra datori di lavoro e sindacati sulla contrattazione aziendale.

Più competitività uguale più occupazione
Ieri anche il Parlamento ha offerto il suo contributo: secondo l’emendamento fiscale al ddl stabilità presentato dai relatori in commissione Bilancio della Camera, infatti, aumenta di 800 milioni di euro, da spalmare tra 2014 e 2015, il fondo per la detassazione della produttività. “Ma la produttività non si aumenta a Palazzo Chigi o a Montecitorio, quanto piuttosto attraverso il sapere diffuso che esiste solo nei singoli posti di lavoro”. Come dire: ora sta alle parti sociali, sempre prodighe di suggerimenti e critiche all’esecutivo, dimostrare di voler assumersi responsabilità importanti. Giovannini per questo prosegue con un argomento che potrebbe sicuramente tornare utile per convincere quanti temono, soprattutto tra i sindacati, che per “competitività” si voglia contrabbandare un mero contenimento degli stipendi dei lavoratori, come sta avvenendo in altri paesi d’Europa: “La produttività del lavoro è fondamentale per rendere le imprese efficienti. E l’efficienza, che si misura con la produttività totale dei fattori, è la capacità di combinare in modo virtuoso i fattori produttivi che abbiamo. Banalmente, essere efficienti per un’azienda può voler dire, per esempio, avere la capacità di rispondere in tempo reale a oscillazioni degli ordini e conquistare così nuovi clienti”. Fin qui la teoria: “Ma è dai numeri che viene la lezione più convincente – conclude Giovannini – Quello che le statistiche dimostrano è che nel corso degli anni 2000, fino alla vigilia della crisi, cioè fino al 2007, l’occupazione in Italia è scesa dell’1,3 per cento nelle imprese meno efficienti, mentre in quelle più efficienti è aumentata dell’11,4 per cento. Non solo, le imprese più efficienti mostrano anche una maggiore tenuta durante la recessione del 2008-2009: meno 2,7 per cento in termini di occupazione contro il meno 14 per cento delle ultime della classe”. Più produttività e competitività, insomma, vanno tutt’altro che nel solo interesse di quelli che un tempo sarebbero stati chiamati “padroni”.